Il filo della C
Non essendo di Roma, la metro C è per me un paradosso vivente: ogni stazione è un dialogo segreto tra il futuro e il passato. Da Colosseo a Porta Metronia, fino a San Giovanni, ho visto emergere le radici della Roma antica, come spettri che convivono con i pendolari di oggi. A San Giovanni, però, c’è questa scritta inquietante: “Arrivano le pesche”. È un frammento che si insinua nella mia fotografia, un richiamo strano, quasi distopico, che tenta di spiegare un pezzo di storia, ma ti lascia basito. Come se ogni passo tra questi reperti fosse un invito a esplorare il presente, con un occhio smarrito verso un passato che si svela come un enigma.
Al centro del viaggio c’è Centocelle, un quartiere che si estende attorno alla metro, con un tessuto urbano che si sviluppa rapido, denso, tra edifici e strade. Ho sorvolato il Parco di Centocelle con il drone, vedendo come la città si allunga, moderna, fino a Torre Maura. Lì, ragazzi che fanno parkour, incredibili, saltavano tra i bordi esterni della fermata, usando la struttura come un campo di sfida. In queste immagini, la metro è un canale di crescita, una struttura che spinge il quartiere a trasformarsi, unendo persone e spazi, senza sogno, ma con una tensione reale verso il futuro.
La metro C è un sistema completamente automatico, i vagoni viaggiano senza conducente per tutta la linea, unendo i quartieri della periferia a Roma. A Finocchio, abbiamo incontrato una ragazza,Penda, che lavora nel bar proprio di fronte la fermata e ci ha raccontato come, con l’arrivo della metro, il locale si sia animato, anche se il quartiere rimane perlopiù un dormitorio, immobile. La linea prosegue fino a Monte Compatri-Pantano, l’ultima fermata, dove i vagoni si fermano e tutti scendono. La foto mostra un viale di alberi allineati, in sincronia con la metro vuota. Qui la linea si interrompe all’aperto, tra i campi verdi della periferia, con Roma in lontananza, a segnare un confine, un ritorno, come un respiro finale.
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