ATTESA
La cella nel carcere di Montefiascone ha rappresentato per me uno spazio mentale e non tanto fisico. Uno spazio limitato chiuso, circoscritto , in cui l’orizzonte reale non è più visibile ed è sostituito da una striscia di cielo racchiusa in una griglia , quella delle sbarre della cella. È qui che la mente, riesce a prevaricare sulle limitazioni fisiche oggettive. La creazione liberatoria di un nuovo orizzonte artificiale che divide in due la cella ed apre la mente verso una nuova dimensione del se, in cui le immagini sono le portatrici sane della verità . Ho costruito una linea rossa che divide la mia cella in due parti e le immagini ne sono inserite, collocate in una sorta di incastro. Il visitatore che guarda la cella dall'esterno ha di primo acchito la sola vista di una linea che divide in maniera netta e precisa  lo spazio . Può appagarsi e procedere con la visita o entrare e lasciarsi trasportare nel mio mondo accorgendosi della presenza delle piccole fotografie in bianco e nero inserite meticolosamente nelle piegature del cartoncino  dipinto in acrilico rosso. Le fotografie sono tutte piccole stampe fine-art con inchiostri a pigmenti su carta cotone . Si tratta di immagini scattate alcune durante la mia settimana di residenza e altre scelte accuratamente dal mio archivio e relative al mio ultimo anno di vita a partire dal giorno della morte di mio padre avvenuta un anno fa il 13 luglio 2015. Quel giorno la macchina che monitorava i segnali vitali del suo corpo fu scollegata e sul monitor una scritta dominava prepotente: ATTESA.
Le fotografie rappresentano momenti e stati mentali un po' onirici come a voler raccontare un sogno . Viste di luoghi, persone, atti sessuali, animali, tutti appartenenti ad un mondo, il mio, da leggere in senso antiorario nella cella come a percorrere una spirale verso l'alto che libera la mio anima da realtà difficili esorcizzando attimi di vita che lasciano finalmente spazio al futuro incerto ed affascinante.
La macchina è stata scollegata dai sensori. Indica sul display “ATTESA”.
I ritmi vitali non vengono più monitorati.
Il tempo si è esaurito.
Un anno è passato e le immagini non mi fanno più paura.
Fanno parte di me.
La linea irrompe e divide in due l’universo.
La mente è finalmente libera di esplorare oltre.

Giovanni De Angelis
Carcere di Montefiascone
Mezza Galera
© 2016
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